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Il costume
E’ stato necessario un paziente lavoro di ricerca per ricostruire le vesti tipiche degli olbiesi, ormai in disuso nella pratica quotidiana da circa un secolo, lavoro che però si è rivelato di grande utilità nel più ampio progetto di recupero della cultura e delle antiche tradizioni galluresi che andasse oltre la semplice sfilata coreografica in occasione della festa patronale.

Il merito è da attribuire alla “ricerca e ricostruzione della foggia antica del vestire all’olbiese” fatta dall’appassionato studioso Lino Pes, che poco tempo prima ne era stato appositamente incaricato della Commissione Comunale per la tutela dei beni culturali e ambientali.

 

Il Pes aveva condotto uno studio bibliografico, fotografico, di comparazione e raffronto con paesi della medesima etnia, basandosi soprattutto sulla tradizione orale, data la difficoltà di reperire capi di abbigliamento originali.

L’abito femminile, per esempio, è stato ricostruito sulla base di due capi fondamentali ritrovati presso alcuni privati: sa bunnedda a cappinu e su zippone.

Entrambi i capi ritrovati erano di colore nero, usati come abiti da vedova. Sono stati utilizzati come modello, ma per la ricostruzione dei colori si è dovuti ricorrere alla descrizione orale.

I tessuti: su furesi, il panno diablo, l’alpaca, il velluto, il damasco, sono stati reperiti facilmente, rifatti con telai moderni, tuttavia abbastanza simili agli originali.


Lo stesso tipo di lavoro di ricostruzione è stato fatto per i gioielli: le spille, gli anelli, gli orecchini, ma anche per i ricami delle camicie, le trine e le pettorine che impreziosivano le scollature femminili.